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editoriale

La costruzione di un festival passa attraverso molte contingenze e poche certezze. La certezza che sta alla base dell’undicesima edizione del Sicilia Queer – la seconda consecutiva realizzata in un periodo di emergenza legato alla pandemia di Covid-19 – è quella di voler mantenere viva l’esistenza di uno spazio che concepiamo come laboratorio, un luogo di incontri e di incroci, di esperienze e di condivisione, di conoscenza e di scambio.
Questa volontà ha dovuto fare i conti con un numero imprevedibile di contingenze: le sale cinematografiche italiane sono rimaste chiuse dal 26 ottobre 2020 al 26 aprile 2021 e molte hanno riaperto ancora dopo, viste le svariate limitazioni – la persistenza del coprifuoco fino all’inizio dell’estate, l’alternarsi di zone rosse, arancioni, gialle e bianche nelle varie regioni italiane che ancora oggi caratterizza la nostra quotidianità, l’obbligo di distanziamento e di mantenere la mascherina in sala per tutto il corso dello spettacolo, il rischio costante di una nuova chiusura. La fruizione del cinema tramite piattaforme on line ha visto potenziare enormemente i suoi utenti e siamo evidentemente in un’epoca di transizione verso l’ennesima rivoluzione nella diffusione del cinema, ma anche per questo, nel nostro piccolo, nel tentativo di stare dentro il tempo e insieme contro il tempo, non vogliamo smettere di lottare per difendere la visione del cinema al cinema, per continuare a promuovere quell’esperienza insostituibile che fa condividere a persone sconosciute, con la scusa di un film, un tempo e uno spazio fisici. Un espediente per provare a comprendere qualcosa del mondo; un tramite per mettere in gioco direttamente la vita delle persone, in modo sempre imprevedibile. Una scelta dichiaratamente politica, ché altrimenti un festival sarebbe poca cosa.


In un’epoca in cui la transizione on line sembra essere un’opzione obbligata percepiamo dunque con chiarezza che il Sicilia Queer debba continuare a svolgere questo ruolo innanzitutto fisico, altrimenti non avrebbe senso di esistere. Come fare?
Dal tentativo di rispondere a questa domanda è nata la decisione di dividere l’undicesima edizione in due parti, la prima a giugno e la seconda a settembre (e una terza, a completamento, a ottobre, alla presenza straordinaria di Marie-Claude Treilhou), per svolgere la manifestazione in presenza e non sacrificare in nulla la ricchezza della programmazione del festival, provando anzi ad aumentare la qualità del tempo condiviso. E abbiamo anche esteso le collaborazioni, curando ad esempio per la Fondazione Feltrinelli – a giugno, a Milano – una sezione del festival Welcome to Socotra dedicata al cinema e alla danza, anche a costo di raddoppiare il nostro lavoro. Ecco perché abbiamo ripreso la sezione “Presenze” e dedicato un focus al cinema di un autore giovane come Carlos Conceição, quest’anno anche autore del nostro trailer, o ancora recuperato il progetto delle Nuove Lezioni Siciliane e organizzato un workshop (che non dimenticheremo) con il regista palestinese Kamal Aljafari e dodici studenti provenienti da tutta Europa.
La prima parte del festival è cominciata pochi giorni dopo un’aggressione omofoba in via Maqueda a Palermo, proprio mentre in Parlamento si discuteva del DDL ZAN, il disegno di legge contro l’omotransfobia che ancora oggi non riesce ad essere approvato dalle istituzioni di questo paese. Nel 2021, in Italia, nel mondo, e anche a due passi da casa nostra continuano a esistere (che le vediamo o meno) aggressioni e violenze che hanno come ragione l’orientamento sessuale delle persone, la loro identità di genere, semplicemente il loro modo di essere. Un festival come il nostro ha la possibilità di giocare un ruolo importante da questo punto di vista: attraverso la trasformazione degli immaginari si può agire in maniera profonda per incidere sull’abbattimento di queste ed altre violenze, e il nostro contributo procede da ormai undici anni. La seconda parte del festival prosegue allora nel solco di questo lavoro culturale con le sue due sezioni competitive, torna a mostrare nelle sue svariate anteprime nazionali e internazionali il panorama del cinema queer contemporaneo più interessante, approfondisce attraverso le presentazioni di libri e di film, gli incontri con gli autori, le mostre di arti visive e le collaborazioni sinergiche con i vari abitanti dei luoghi in cui il festival si svolge, ovvero i Cantieri Culturali alla Zisa. Ancora una volta c’è un grande assente: un’amministrazione comunale che, a dispetto delle parole di apprezzamento espresse dai suoi rappresentanti anche nelle pagine di questo catalogo, sembra aver rivolto la sua attenzione altrove e sfoderato con disinvoltura le armi più ordinarie, forse anche in ragione di quel dissenso che non abbiamo mai smesso di esprimere rispetto a una politica culturale gravemente carente: punizione (economica: nessun sostegno; non certo una novità) e mancanza di ascolto (politica: nessun progetto). Di quali gravi pecche riteniamo responsabile questa amministrazione? Di aver mantenuto nell’arco di questi dieci anni di governo della città una gestione assolutamente obsoleta delle risorse destinate alla cultura, frutto di un totale arbitrio e di una costante incapacità di previsione, con una ricaduta evidente sulla qualità delle proposte e sulla mancata promozione culturale e sociale della città. Ma soprattutto di non essere riuscita a mettere in sicurezza il Cinema De Seta, spazio per il quale combattiamo sin dalla riapertura nel 2012 e che si trova oggi ancora una volta a non essere nulla. Come spiegare, in futuro, che la città che nel 2018 è stata capitale italiana della cultura non sia riuscita a trovare (nonostante le tante proposte) le modalità per gestire un bene comune, un luogo autenticamente pubblico e democratico, un catalizzatore sperimentale di energie, una presenza stabile e concreta per quello che potrebbe essere (visto il suo posizionamento accanto al Centro Sperimentale di Cinematografia, all’Accademia di Belle Arti e alle tante altre realtà legate al cinema lì presenti) il fiore all’occhiello dei Cantieri Culturali alla Zisa? Come non comprendere che la qualità della vita degli abitanti della città tutta sarebbe sensibilmente modificata dalla creazione di uno spazio vivo come il Cinema De Seta? Quale cecità ha condotto a questo spreco, quali ragioni si potranno addurre? Com’è possibile che non si ponga costantemente questa domanda, com’è possibile che chi ne è responsabile continui a eluderla e a non affrontarla esplicitamente, politicamente, in modo maturo? Non lo comprendiamo e continuiamo a chiederlo, sempre meno ascoltati, sempre più isolati, certamente non felici, ma nemmeno complici. Sarà il tempo a stabilire che strada vorrà prendere questa città: se credere veramente che il diletto delle scene sia vano se non mira a preparare l’avvenire – e agire di conseguenza – o se continuare a trastullarsi in attività che la trasformeranno in un gigantesco luna park, attribuendo sempre la colpa ad altro e ad altri, procrastinando costantemente tra un’emergenza e un’altra.
Chi crede che la cultura sia uno dei pochi strumenti in grado di cambiare davvero la vita delle persone sa che c’è bisogno di un’azione costante, quotidiana, che unisca il grande e il piccolo, che guardi davvero a tutte e a tutti. Ed è questo che le istituzioni dovrebbero fare: di qui la nostra rabbia per le tante occasioni sprecate. Consapevoli della perenne difficoltà del percorso, proviamo a non cedere ai facili scoraggiamenti dei profeti di sventura, ai pessimismi di maniera, alle mode e agli ostacoli nei quali continuiamo a imbatterci. Continueremo finché potremo, per la semplice impossibilità vitale di fare altro. Anche per queste ragioni, e anche per un’ingenuità senza la quale forse nulla (almeno in noi) si muoverebbe, ci piace pensare a questa come a una nuova prima edizione del Sicilia Queer, come all’inizio di un nuovo percorso dopo i nostri primi dieci anni, guardando al mondo ma anche al punto nel quale siamo, nel mondo. Resisteremo, finché resisteremo. Ma nel frattempo sarà stato un tentativo autentico, non rassegnato, non remissivo, non sottomesso.
E anche, permetteteci, bellissimo.

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