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IL PREMIO NINO GENNARO AD ABDELLAH TAÏA

La seconda giornata dell’undicesima edizione del Sicilia Queer filmfest (seconda parte: 8-12 settembre) è stata caratterizzata da uno degli appuntamenti più significativi del festival, la consegna del Premio Nino Gennaro.



Va allo scrittore e regista marocchino Abdellah Taïa il Premio Nino Gennaro, riconoscimento intitolato a un esempio di intellettuale siciliano eclettico e non allineato distintosi per la sua attività e il suo impegno nella diffusione internazionale della cultura queer.
La cerimonia di consegna si è tenuta giovedì 9 settembre presso il Cinema De Seta, subito dopo la proiezione de L’armée du salut (già al Festival di Venezia nel 2013). Vi ricordiamo che il 16 settembre, nell’ambito delle collaborazioni del Sicilia Queer filmfest con il festival letterario Una marina di libri, sarà presentato il romanzo di Abdellah Taïa, La vita lenta, appena pubblicato dalla casa editrice Funambolo.

Il Premio è assegnato con la seguente motivazione: «Abdellah Taïa è un vero e proprio simbolo di quella generazione che, nel suo Marocco natale come nel resto del mondo, ha deciso di ribellarsi alla limitazione delle libertà individuali e di lottare per l’affermazione dell’identità LGBTQ+. Fin dalla dirompente intervista rilasciata alla testata marocchina Tel Quel, nella quale, primo tra gli scrittori maghrebini, faceva il suo coming out, Abdellah Taïa ha intrapreso una narrazione di sé il cui valore artistico si intesse progressivamente con un impegno politico sempre più assunto e rivendicato. Così, alle micronarrazioni dei primordi (Des nouvelles du Maroc, 1999; Mon Maroc, 2000; Le rouge du tarbouche, 2004), intimistiche, reticenti e intrise di un immaginario che ammicca e al contempo demistifica un certo orientalismo, fa seguito il romanzo che lo rende celebre in un universo letterario già popolato da qualche illustre antecedente: L’armée du salut (2006). Prolungato da Une mélancolie arabe (2008), sorta di flash back del precedente e in dittico con esso, questa autofinzione dai toni seri narra la storia di una doppia separazione: quella dal Marocco, dove il modello di dominazione maschile pregiudica l’espressione dell’alterità sessuale, ma anche dall’Occidente francofono, terra di asilo odiosamata che non tarderà a svelare il proprio volto di necessario esilio. La ripresa cinematografica del romanzo (2012), con Taïa questa volta nella veste di regista, accentua l’ambientazione fosca, essenzializza il messaggio attraverso i dialoghi scarni e le immagini avare di luce, segni distintivi di uno stile cinematografico annunciato dal corto La Tombe de Jean Genet (girato nel 2008 ma montato nel 2013). Così, se nella sua produzione letteraria successiva, Taïa tenta di affrancarsi dal modello autofinzionale per approdare a una scrittura romanzesca sapiente e misurata, egli non perde tuttavia i punti cardinali della sua vena narrativa: Le Jour du roi (2010), nel quale si assiste all’emergere della tematica transgender, quindi Infidèles (2012), visionario e surreale, che annuncia certe atmosfere caratteristiche dei suoi romanzi più recenti. Seguono le opere più segnate dalla riflessione sul posto che spetta all’identità islamica – e gay – nella Francia all’indomani degli attentati a “Charlie Hebdo” e al Bataclan: Un pays pour mourir (2015) e, soprattutto, il suo ultimo romanzo, La vie lente (2019), già tradotto in italiano. Tra i due, un’agile narrazione che torna al Marocco e alle forme più dolenti dell’autofinzione: Celui qui est digne d’être aimé (2017), sorta di sguardo di Orfeo a un Marocco-Euridice per sempre perduto. A quest’opera solida, tradotta in molte lingue, che ha già consacrato Abdellah Taïa tra le voci narrative della corrente queer di espressione francese, si affianca un impegno artistico e politico che si estrinseca attraverso performance teatrali, conferenze e un costante impegno sul web in favore della sfavorita comunità LGBTQ+ marocchina. In questo e in molte altre cose il percorso di Abdellah Taïa tanto si accomuna a quello di Nino Gennaro da farci apparire la scelta di conferire a lui il premio come un’evidenza: la voce di Abdellah, forgiata dalla sua esperienza transmediterranea, intrinsecamente in-between, giunge a noi come quella di Nino, forte e resiliente».


Foto di Luca Vitello e Simona Mazzara / SQ21

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