Il Sicilia Queer compie sedici anni: siamo adolescenti. Nel pieno della volontà di conoscere e fare cose nuove, di scoprire insieme cose nuove, oltrepassando i limiti spaziotemporali e facendo un gesto antico e ultramoderno, oggi quasi assurdo: convocarci collettivamente in un luogo pubblico della nostra città per condividere visioni, discussioni, incontri ed esperienze, nella consapevolezza che si tratta di un tempo prezioso e pressoché unico perché potenzialmente trasformativo. Sottratto all’ordinarietà e agli obblighi, e per questo speciale. Una forma di respiro comune o una forma di vita, prima ancora che di opposizione a un certo corso delle cose. Una prassi di rigenerazione.
Nell’intento di chi lo organizza, questo festival è un atto di invenzione e di immaginazione che non intende accettare passivamente l’esistente ma si ostina a proporre alternative possibili, praticabili, nelle relazioni e nelle abitudini, provando a creare orizzonti culturali diversi e lavorando su tempi lunghi. Nell’epoca di un individualismo eretto a modello ineludibile e in un mondo in cui quasi tutto è immediatamente disponibile e acquistabile (da chi ne ha la possibilità, naturalmente), questo è uno spazio che valorizza l’effimero, il non mercificabile, l’evento come processo di cambiamento personale e sovraindividuale, l’apertura come attitudine. Che considera il divertimento non soltanto come forma di intrattenimento ma soprattutto come occasione d’incontro. Il Sicilia Queer stesso è il prodotto di questo tipo di esercizio, condotto ogni anno per molti mesi, con pazienza e condivisione quasi monastiche, nel segno di una dichiarata militanza culturale e politica.
Lo scorso anno alcune presenze ci hanno fatto riflettere ulteriormente sul valore di questo spazio, dove avvengono cose che altrove difficilmente potrebbero avvenire. Per Marco Müller il nostro festival è un luogo in cui fortunatamente continuano a circolare immagini “non normalizzate”, mentre due più giovani fabbricanti di festival come Alessandro Del Re e Giulio Casadei hanno ribadito l’importanza dei festival come laboratori attivi di democrazia, luoghi di liberazione e condivisione della parola. Il regista svizzero Lionel Baier, infine, metteva l’accento sul cinema come spazio di libertà e zona di rischio, luogo in cui tutto può succedere: non una comfort zone ma un’esperienza di crescita, in cui può capitare di trovarsi di fronte a immagini che non sono fatte per noi, che non avremmo voluto vedere, ma rispetto alle quali noi spettatrici e spettatori abbiamo significativi margini di libertà (chiudere gli occhi, filtrare lo sguardo con una mano, girarci, uscire) nonché la possibilità e il dovere di prendere posizione. Amiamo il cinema perché ci fa sperimentare l’alterità e ci mette in posti che non sono quelli che ci aspettiamo. Perché non è un luogo di consumo, ma di emancipazione. Siamo ancora in grado di sopportarlo?
Quest’anno il festival presenta una struttura un po’ rinnovata: la competizione internazionale diventa unica, con un concorso dedicato alle Nuove Visioni che unisce film di diverso formato, e dunque propone insieme cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi. Proseguono inoltre i programmi curatoriali di film non in competizione, accostando alle proposte ospiti della programmer argentina Paola Buontempo e dell’italiano Daniele Ambrosini – rispettivamente sul cinema lesbico e su internet come spazio queer – anche una diversa modalità di programmare alcuni film fuori concorso, lavorando su accostamenti tematici per accompagnare e valorizzare maggiormente i cortometraggi della sezione Panorama Queer con tre programmi legati alla notte, all’amore filmato e alla resistenza floreale, nella convinzione che questo ulteriore esercizio di mediazione possa essere d’aiuto ai film e al pubblico. Siamo felici inoltre di proseguire – con la seconda edizione di UNDER QUEER, sostenuto da SIAE e dal Ministero della Cultura nell’ambito del progetto "Per chi crea" – una proposta dedicata al giovane cinema queer italiano, e di metterlo virtuosamente in dialogo col resto della programmazione del festival.
Continuando a pensare il cinema come arte del presente, presentiamo un festival che si misura con le complessità del presente e prova a fare attenzione all’emergere di nuove voci che possano dialogare con il futuro, del cinema e del mondo. Quest’anno, tra le altre, ci sembra di averne trovata almeno una di particolare interesse, quella della giovane regista canadese Louise Weard, a cui dedichiamo la prima retrospettiva in Europa. Il suo progetto Castration Movie Anthology – un’opera radicale, trasgressiva e profondamente umanista – ci ha permesso di focalizzare la nostra attenzione su un intero gruppo di registe, trans e non binary, che non sono affatto conosciute in Italia e hanno un’idea di cinema piuttosto strutturata e certamente in divenire. Con Teenage Sex and Death at Camp Miasma – l’ultimo film di quella che è forse la più nota, Jane Schoenbrun – appena presentato al festival di Cannes apriamo il festival, anche per sottolineare ulteriormente il desiderio di seguire e provare a valorizzare il lavoro di queste registe, certamente non maggioritarie né consensuali. Allo stesso modo abbiamo fortemente desiderato assegnare il Premio Nino Gennaro a un mostro sacro del cinema queer mondiale come Bruce LaBruce perché da sempre seguiamo e stimiamo il suo lavoro, ma anche perché ci è sembrato di ritrovare in Louise Weard un analogo spirito punk e volevamo che a Palermo questi due talenti canadesi trovassero un’occasione d’incontro e di dialogo, dal momento che crediamo – se è davvero necessario esplicitarlo – che la programmazione cinematografica sia di per sé un gesto di proposta critica.
In un tempo in cui si tende a rivolgere lo sguardo con sempre maggiore orgoglio verso il cortile di casa, in un presente attraversato da una crescente e ormai incontestabile idea che l’appartenenza abbia a che fare prima di tutto con la nazione, con il territorio, con l’origine, con ciò che si presume prossimo e riconoscibile, noi continuiamo quindi a scegliere un movimento opposto. Decidiamo di guardare altrove non per esotismo né per desiderio di distanza, ma per verificare ogni volta le possibilità di un’appartenenza diversa: non fondata sul sangue, sul suolo, sulla lingua o sui confini, ma su una forma di riconoscimento più profonda, più libera, e forse più fragile. Anche quest’anno allora il festival è l’occasione per approfondire cinematografie altre e poco note, come quella del cinema queer filippino, oggetto della programmazione delle nostre eterotopie, in diretto dialogo con il cinema di Lino Brocka, celebrato nella sezione di storia del cinema Carte postale à Serge Daney. Ma anche per tornare a casa in un dialogo allo specchio, come fanno le Retrovie italiane che ragionano sulle prossimità e le distanze tra Palermo e Napoli, tra il cinema e il teatro, ricordando Enzo Moscato e Carlo Cecchi e recuperando un film scomparso come Shakespeare a Palermo di Francesca Comencini, digitalizzato apposta per la proiezione al Sicilia Queer. E se per le arti visive il lavoro di Blanca Matías si ricollega esplicitamente a quello di Pepe Espaliú per la perfomance Carrying e prosegue con la creazione di un controarchivio queer con la mostra Santabarbara, la memoria di alcune esistenze significative della Palermo lgbtqi+ sarà celebrata nella serata di chiusura del festival attraverso il ricordo di due persone care che ci hanno lasciato nel frattempo, Gino Campanella e Charlie Abbadessa.
Chissà come ricorderemo questi anni. Chissà come Palermo guarderà a questi suoi anni, che a noi sembrano di mediocri ambizioni, sguardi miopi e carenza di prospettive. Ci troviamo in ben pochi oramai a far pressione su un’amministrazione fantasma ribadendo la richiesta e la necessità di curare – adeguare tecnologicamente, pensare, banalmente: aprire a una programmazione cinematografica ragionata e costante – un bene pubblico come il Cinema De Seta, che quasi tutti considerano abbandonato al suo destino di incuria. È abbastanza frustrante. Ci chiediamo se questa nostra piccola grande manifestazione, che con Palermo continua ostinatamente a dialogare, lascerà qualcosa in qualcuno. Lo speriamo vivamente: darebbe a tutto il nostro impegno un particolare senso.
Permetteteci di concludere menzionando una persona che in noi ha certamente lasciato un segno, che è cresciuta con il festival e alla quale abbiamo voluto molto bene. Chiara Volpes è morta nell’agosto 2025 a soli 29 anni, ma non ha mai lasciato i nostri cuori né i nostri pensieri. A Volpes questa edizione del festival è dedicata.
ENG
Sicilia Queer is turning sixteen: we’re teenagers. Filled with a desire to learn and do new things, to discover new things together, transcending the boundaries of space and time and performing an ancient yet ultra-modern act – one that seems almost absurd today – gathering collectively in a public space in our city to share visions, discussions, encounters, and experiences, knowing that this is a precious and almost unique moment because it has the potential to transform. Removed from the ordinary and from obligations, and therefore special. A form of shared breathing or a way of life, even before it is a form of opposition to a certain course of events. A practice of regeneration.
In the intent of its organizers, this festival is an act of invention and imagination that does not passively accept the status quo but insists on proposing possible, viable alternatives in relationships and habits, attempting to create different cultural horizons and working over the long term. In an era where individualism has been elevated to an inescapable model, and in a world where almost everything is immediately available and purchasable (for those who can afford it, of course), this is a space that values the ephemeral, the non-commodifiable, the event as a process of personal and supra-individual change, and openness as an attitude. It views fun not merely as a form of entertainment but above all as an opportunity for connection. Sicilia Queer itself is the product of this kind of endeavor, carried out every year over many months with almost monastic patience and a spirit of sharing, in the name of a declared cultural and political activism.
Last year, certain participants prompted us to reflect further on the value of this space, where things happen that would be unlikely to occur elsewhere. For Marco Müller, our festival is a place where, fortunately, “non-normalized” images continue to circulate, while two younger festival organizers, Alessandro Del Re and Giulio Casadei, reiterated the importance of festivals as active laboratories of democracy, places of liberation and the sharing of ideas. Finally, Swiss director Lionel Baier emphasized cinema as a space of freedom and a zone of risk, a place where anything can happen. Not a comfort zone but an experience of growth, where we may find ourselves confronted with images that are not meant for us, that we would not have wanted to see, but regarding which, we, as viewers, have significant leeway in our degrees of engagement (closing our eyes, shielding our gaze with a hand, turning away, leaving) as well as the possibility and the duty to take a stand. We love cinema because it allows us to experience otherness and places us in situations we do not expect. Because it is not a place of consumption, but of emancipation. Are we still capable of enduring it?
This year, the festival features a slightly revamped structure: the international competition has been consolidated into a single category, with a “New Visions” section that brings together films of various lengths – short, medium-length, and feature-length – under one umbrella. The curatorial programs of out-of-competition films also continue, pairing selections curated by Argentine programmer Paola Buontempo and Italian programmer Daniele Ambrosini – respectively on lesbian cinema and the internet as a queer space – in addition to a different approach to programming other out-of-competition films, as we work with thematic pairings to better accompany and highlight the short films in the "Panorama Queer" section through three programs that explore the concepts of night, filmed love, and floral resistance, with the belief that this additional curatorial effort can benefit both the films and the audience. We are also delighted to continue – with the second edition of UNDER QUEER, supported by SIAE and the Ministry of Culture as part of the "Per chi crea" project – an initiative dedicated to young Italian queer cinema, and to bring it into a fruitful dialogue with the rest of the festival’s program.
Continuing to view cinema as an art of the present, we present a festival that engages with the complexities of the present and seeks to highlight the emergence of new voices capable of engaging with the future – both of cinema and of the world. This year, among others, we believe we have found at least one of particular interest: that of the young Canadian director Louise Weard, to whom we are dedicating the first retrospective in Europe. Her project Castration Movie Anthology – a radical, transgressive, and deeply humanistic work – has allowed us to focus our attention on an entire group of female, trans, and non-binary filmmakers who are virtually unknown in Italy and who have a rather structured and certainly evolving vision of cinema. With Teenage Sex and Death at Camp Miasma – the latest film by perhaps the best-known of them, Jane Schoenbrun – which was just presented at the Cannes Film Festival, we are opening the festival, also to further underscore our desire to follow and try to promote the work of these filmmakers, who are certainly neither mainstream nor consensual. Similarly, we were keen to award the "Nino Gennaro Prize" to a giant of global queer cinema like Bruce LaBruce because we have always followed and admired his work, but also because we felt we recognized a similar punk spirit in Louise Weard, and we wanted these two Canadian talents to have an opportunity to meet and engage in dialogue in Palermo, since we believe – if it really needs to be stated – that film programming is, in and of itself, an act of critical engagement.
At a time when there is a growing tendency to look inward with ever-increasing pride, in a present marked by a rising and now undeniable notion that belonging is primarily tied to the nation, to territory, to origin, to what is presumed to be familiar and recognizable, we continue to choose the opposite path. We choose to look elsewhere not out of exoticism or a desire for distance, but to explore, time and again, the possibilities of a different kind of belonging: one not grounded in blood, soil, language, or borders, but in a deeper, freer, and perhaps more fragile form of recognition. Once again this year, the festival offers an opportunity to explore alternative and lesser-known cinematic traditions, such as Filipino queer cinema, which is the focus of our “Heterotopias” program, in direct dialogue with the films of Lino Brocka, celebrated in the film history section “Carte postale à Serge Daney”. But it is also an opportunity to return home through a mirrored dialogue, as the Italian Retrovie do, reflecting on the proximities and distances between Palermo and Naples, between cinema and theater, remembering Enzo Moscato and Carlo Cecchi, and recovering a lost film like Francesca Comencini’s Shakespeare a Palermo, digitized specifically for its screening at Sicilia Queer. And in the visual arts, Blanca Matías’s work explicitly connects to that of Pepe Espaliú as she extends his lineage in the performance Carrying and continues with the creation of a queer counter-archive through the exhibition Santabarbara, similarly the memory of some significant figures in Palermo’s LGBTQI+ community will be celebrated on the festival’s closing night through the remembrance of two dear people who have since passed away, Gino Campanella and Charlie Abbadessa.
Who knows how we will remember these years? Who knows how Palermo will look back on these years of its own, which to us seem marked by mediocre ambitions, short-sightedness, and a lack of vision. There are very few of us left now, pressing upon a phantom administration and reiterating the request and the need to care for – to bring up to technological standards, to think, simply put: to open up to a thoughtful and consistent film programming – a public asset like the Cinema De Seta, which almost everyone considers abandoned to its fate of neglect. It’s quite frustrating. We wonder if this small yet significant event of ours, which stubbornly continues to engage in dialogue with Palermo, will leave a lasting impression on anyone. We sincerely hope so: it would give all our efforts a special meaning.
Let us conclude by mentioning someone who certainly left a lasting impression on us, who grew up alongside the festival, and whom we loved dearly. Chiara Volpes passed away in August 2025 at the age of just 29, but she has never left our hearts or our thoughts. This edition of the festival is dedicated to Volpes.